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Cuore di Maiale libro di Pier Giorgio Cosseta

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È uscito un po’ di tempo fa il libro del mio  amico Giorgio Cosseta. Un libro fortemente erotico, dove le scene di sesso sono raccontate in modo molto esplicito e, a mio parere, scritte molto bene. Qui di seguito inserisco un passo tratto dal libro:

Avevo scambiato gradite telefonate con amici ed amiche e ricevuto la visita festosa dei figli (dal piano di sopra ma separato dal mio) che mi avevano portato i saluti dei nonni e il programma di un’imminente gita in Piemonte, dove vivevano: ci saremmo recati a trovarli per un raduno-rimpatriata familiare dei Cosseta a casa dello zio Gino, fratello di mio padre. Laggiù, sotto il bersò, al riparo dal sole accecante, seduti sulle panche allineate alla lunga tavola di legno di quercia, con la vista spaziante sulle morbide colline del Monferrato con i verdi e fitti filari di viti di barbera, grignolino, chardonnay e cortese, avremmo officiato l’immancabile rito del pranzo conviviale. L’ouverture sarebbe toccata agli antipasti di affettati nostrani col salame d’oca e il salame cotto, con qualche verdura intrisa di bagna cauda dal sapore d’aglio e acciuga col fondo d’olio d’oliva extravergine della vicina Liguria e un assaggio di fritto misto alla piemontese con i friciulin di semolino dolci della mia infanzia e in sovrappiù la giardiniera e l’insalata russa. Il tutto accompagnato dalla “monferrina”, il tipico pane di pasta dura della zona. A seguire i “primi” – ma sarebbe più giusto dire i “decimi” – gli agnolotti col ripieno di carne e il sugo di brasato e il riso della zona o del vercellese cucinato con la salsiccia per un gustoso e indimenticabile risotto tipico regionale. Per secondo avremmo degustato il coniglio nostrano in salmì alle erbe (che sostituiva la lepre dei vecchi tempi quando lo zio era un accanito cacciatore) e ancora il brasato o il bollito piemontese; la frutta di stagione bastava poi coglierla dalle piante, come i pomodori e i peperoni nell’orto (ma mia mamma avrebbe preparato la sua mitica, imperdibile e indimenticabile peperonata!). Cecilia avrebbe portato una torta di mele e una di fichi e cioccolato, fatte da lei, che sarebbero state poi innaffiate dal dolce moscato (sempre della casa). Altri avrebbero preparato il bonnet di cioccolato, il dolce tipico piemontese, e naturalmente ulteriori mille assaggi di manicaretti vari per un tripudio luculliano che avrebbe fatto invidia anche al generale romano, quel Lucio Lucullo che quel giorno avrebbe prestato il suo nome di battesimo a mio padre Luciano interpellato di sicuro, dai suoi cari, con quell’affettuoso diminutivo. Quel baccanale gastronomico, che per fortuna aveva luogo solo una volta all’anno, ci avrebbe trasformati quasi tutti e senza bisogno della maga Circe – e me in particolare, in ottemperanza al mio oroscopo cinese – in porci grufolanti sui rispettivi piatti alias truogoli ripieni di cibo: naturalmente ci esprimevamo in quel modo solo per un omaggio a Gargantua e Pantagruel!… Ci saremmo alfine abbandonati gonfi ed esausti sul prato per una sudata ma meritata pennichella, interrotta solo dall’arrivo del bricco di caffè fumante portato da quelle sante donne artefici della preparazione di tutto quel ben di Dio, le quali avrebbero di sicuro mangiato e bevuto molto meno degli altri e per questo sarebbero rimaste lucide e attive fino alla fine. Il contributo maschile durante queste rimpatriate consiste quasi esclusivamente nella rosolatura di carni e verdure sulla griglia quando si opta appunto per il più semplice barbecue, oltre che nel rigovernare la tavola. Si sarebbe poi giocato a carte mentre altri si premuravano di tenere desta la conversazione e Jacopo, isolatosi come suo solito e assopitosi sul divano di casa, avrebbe poi strimpellato per puro divertimento i tasti giallastri del pianoforte verticale, disastrosamente scordato, poggiato al muro solo come uno “strumento” di arredamento ancorché musicale, improbabile pezzo di un vano modernariato. Il ritorno sarebbe stato avvolto dai profumi della campagna che ci portavamo appresso nell’ampio spazio-bagagliaio della jeep stipato di verdure e ortaggi vari, frutta, uva e vino, angurie e qualche primizia di “zucca dal cappello da prete” che per la sua forma e colore arancio e verde avrei esibito nella vetrina dell’erboristeria insieme a qualche gialla pannocchia di mais con la sua “barba” dalle proprietà diuretiche (l’olio di semi di zucca è invece un utile presidio contro l’ipertrofia prostatica benigna).

 

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